Trovare clienti nel Regno Unito

Se vendi già nel Regno Unito o stai valutando di iniziare, la prima cosa da mettere a fuoco è che dal 2021 non stai più vendendo dentro il mercato unico europeo. Il prodotto è lo stesso e il cliente potenziale è lo stesso, ma la strada per arrivarci passa da una dogana, da un'imposta sul valore aggiunto che funziona con regole proprie e da una lingua che assomiglia all'inglese che conosci senza essere la stessa cosa.

Niente di tutto questo rende il Regno Unito un mercato proibitivo. Lo rende un mercato che va preparato. Le aziende italiane che ci lavorano bene sono quelle che hanno sistemato tre cose prima di mettere un euro in pubblicità: la parte fiscale e doganale, il modo in cui il sito parla a chi lo legge, e il modo in cui i motori di ricerca capiscono a quale pubblico è rivolto. Qui sotto trovi le decisioni che ti conviene prendere prima di partire, non una descrizione del paese.

Il Regno Unito non è l'Inghilterra

Il Regno Unito è formato da quattro nazioni: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. L'Irlanda, quella con capitale Dublino, è uno stato indipendente e membro dell'Unione Europea, quindi resta dentro il mercato unico: se il tuo piano comprende tutta l'isola d'Irlanda stai lavorando su due regimi commerciali diversi, e una spedizione verso Dublino non ha nulla in comune con una spedizione verso Manchester.

La distinzione conta anche nelle ricerche. Chi vive a Edimburgo o a Cardiff non si riconosce in un messaggio che parla di England, e la Scozia ha un ordinamento giuridico proprio che cambia il modo in cui si scrivono contratti e condizioni di vendita. L'Irlanda del Nord ha una posizione ancora diversa: sulle merci segue regole allineate a quelle europee ed è l'unica parte del Regno Unito con un confine terrestre con l'Unione, quindi va trattata a parte quando definisci spedizioni e listini.

Parliamo del mercato britannico

Dopo la Brexit la tua merce passa da una dogana

Il Regno Unito è fuori dal mercato unico e fuori dall'unione doganale. Ogni spedizione richiede quindi una dichiarazione doganale in uscita dall'Unione e una in entrata nel Regno Unito, con codice della merce, valore e origine. Se importi a tuo nome, per esempio perché vendi a consegna sdoganata, ti serve un numero EORI britannico oppure un rappresentante che se ne occupi per te.

L'accordo commerciale fra Unione Europea e Regno Unito azzera i dazi, ma non in automatico: il dazio zero vale solo se dimostri l'origine preferenziale del prodotto con la dichiarazione prevista. Senza quella prova la merce entra a dazio pieno e il conto arriva al cliente nel momento peggiore, cioè alla consegna. Per questo la pagina di acquisto o il preventivo devono dire con chiarezza chi paga dazi, imposta e spese di sdoganamento: è la causa più banale di resi e di recensioni negative su questo mercato.

L'IVA britannica e la soglia delle 135 sterline

L'imposta non funziona come in Italia e non funziona come nel resto dell'Unione. Il punto che cambia tutto è la soglia delle 135 sterline di valore della spedizione. Sotto quella cifra l'imposta si applica alla vendita e non all'importazione: incassi l'IVA britannica al momento dell'acquisto e la versi nel Regno Unito, il che presuppone una registrazione. Sopra quella cifra l'imposta si applica all'importazione e la paga chi importa la merce.

Un venditore che non ha una stabile organizzazione nel Regno Unito non gode di una soglia di esenzione, quindi la registrazione può servirti dalla prima vendita. Ne deriva una conseguenza pratica sul sito: al consumatore britannico il prezzo si mostra comprensivo di imposta, mentre fra aziende si ragiona al netto. Se usi lo stesso listino per i due pubblici, uno dei due leggerà un numero diverso da quello che pagherà.

L'inglese britannico non è una questione di stile

Le persone cercano con le parole che usano ogni giorno. Se il tuo sito scrive truck e il tuo cliente digita lorry, quella ricerca non ti troverà, per quanto sia buona la pagina. La variante britannica e quella americana hanno vocabolari di ricerca diversi, e le differenze cadono proprio sulle parole commerciali, quelle che stanno nei titoli e nelle schede prodotto.

  • optimise, organise, analyse e specialise con la s, non con la z

  • colour, behaviour, licence e catalogue nella grafia britannica

  • lorry al posto di truck, postcode al posto di zip code, mobile al posto di cell phone

  • VAT quando parli di imposta, non sales tax

  • le date scritte giorno mese anno, quindi 4 March 2026 e non March 4, 2026

Vale anche il contrario, e qui si nasconde l'errore più diffuso: per il mercato statunitense si scrive in inglese americano, con optimize, zip code e date nell'ordine mese giorno anno. Le due varianti non si coprono a vicenda e usarne una sola per entrambi i paesi significa rinunciare a una parte delle ricerche. Se ti rivolgi sia al Regno Unito sia agli Stati Uniti ti servono due versioni del testo, scritte da chi conosce il mercato, non una traduzione riciclata.

Il prezzo si pensa in sterline, non si converte

Il Regno Unito non ha adottato l'euro, e la sterlina non è un dettaglio grafico. Un prezzo come 1.187,43 sterline si riconosce a distanza per quello che è, la conversione automatica di un listino in euro al cambio del giorno, e comunica al lettore che il cliente britannico non è il tuo pubblico principale.

Costruisci i prezzi pensandoli in sterline, con soglie che abbiano senso in quella valuta, il simbolo prima della cifra e il punto come separatore decimale. Accanto al prezzo servono le spese di spedizione e l'indicazione di chi si occupa di dazi e imposta. Un cambio sfavorevole si assorbe nel margine o si rivede in modo ordinato, non si scarica ogni settimana sul prezzo esposto, perché chi torna sul sito nota la differenza.

Come si struttura il sito per il Regno Unito

La prima scelta è fra un dominio .co.uk e una sezione dedicata sul sito che hai già. Il .co.uk dà un segnale geografico forte e viene percepito come locale, cosa che nel Regno Unito pesa sulla fiducia, ma è un dominio da far crescere da zero. Una sottocartella sfrutta invece l'autorità che il tuo sito ha già accumulato e si governa con un lavoro redazionale unico. Non esiste una risposta valida sempre: dipende da quanto vale quel mercato per te e da chi lo curerà.

Qualunque strada scegli, la versione britannica va dichiarata con l'hreflang en-GB, tenuto distinto da en-US se lavori anche sugli Stati Uniti, e ogni pagina deve rimandare a tutte le altre oltre che alla versione predefinita. Servono poi contatti locali coerenti, un recapito britannico e pagine che non ripetano la stessa cosa in due varianti di inglese: se le due versioni competono per le stesse ricerche, il danno te lo fai da solo.

Quanto tempo serve e cosa puoi aspettarti

Il Regno Unito è uno dei mercati digitali più maturi d'Europa e le ricerche in inglese sono contese anche da aziende che non sono britanniche, quindi la concorrenza è alta e in molti settori il costo dei clic lo riflette. Sul lavoro organico i primi movimenti di posizione si vedono di solito fra il quarto e il sesto mese, mentre un volume di contatti significativo arriva più spesso fra il nono e il dodicesimo. Nessuno può garantirti una posizione, e chi te la promette ti sta vendendo qualcosa che non controlla.

Mintense questo mercato lo frequenta da vicino: ha un ufficio a Londra dal 2012, oltre alle sedi di Verona e Lille, e dal 2008 segue progetti internazionali in 16 lingue e in oltre 60 paesi. Il punto di partenza non è una campagna, è un audit a costo definito che mette in fila la parte fiscale e doganale, la qualità dell'inglese, la struttura del sito e le ricerche che contano nel tuo settore. Da lì si decide dove conviene spendere e dove no.

Chiedi un'analisi del Regno Unito

FAQ sul mercato britannico

L'inglese che uso oggi va bene per il Regno Unito?

Solo se è inglese britannico anche nelle parole che la gente digita. Cambia l'ortografia, con optimise e organisation al posto delle forme americane, e cambiano i termini di prodotto: lorry invece di truck, postcode invece di zip code. Cambiano i formati, con data in ordine giorno mese anno e prezzi in sterline. Se i testi sono nati per il pubblico statunitense, le pagine competono sulle query sbagliate: il lavoro parte da una revisione delle parole chiave su Google.co.uk.

Dopo la Brexit che cosa cambia per dogane e IVA?

Il Regno Unito è fuori dal mercato unico e dall'unione doganale, quindi ogni consegna è un'esportazione. Serve un codice EORI britannico se importi tu, e per applicare il dazio zero previsto dall'accordo commerciale devi poter dimostrare l'origine preferenziale della merce. Sulle vendite ai consumatori, le spedizioni fino a 135 sterline richiedono che l'IVA britannica sia applicata al momento della vendita, con registrazione nel Regno Unito, mentre sopra quel valore si paga all'importazione.

Meglio un dominio .co.uk o una sottocartella?

Nel Regno Unito il .co.uk è l'estensione che il pubblico riconosce come locale e viene scelta spesso anche da aziende con siti globali. Le registrazioni passano da Nominet e non richiedono una sede britannica. Se hai già un sito internazionale solido, una sottocartella con hreflang en-GB può bastare, a patto che prezzi in sterline, recapito e riferimenti al VAT siano quelli giusti: un listino in euro fa perdere la richiesta prima ancora del primo contatto.

Quanto tempo serve e quanto è dura la concorrenza?

Primi movimenti di posizione fra quattro e sei mesi, contatti in volume fra nove e dodici, senza garanzie di posizione. Il Regno Unito resta però uno dei mercati più competitivi d'Europa sulla pubblicità a pagamento: il costo per clic è più alto che in Italia e la selezione delle query conta più del budget. Un dato utile in ambito B2B: l'anno fiscale britannico chiude il 5 aprile e molte decisioni di spesa si concentrano prima di quella data.

Come si imposta il lavoro e che cosa serve da parte mia?

Con un audit a costo definito prima dell'impegno mensile, che misura lo stato del sito e le ricerche britanniche aggredibili. Da parte tua servono gli accessi, i materiali di prodotto e un recapito che risponda in inglese nell'orario locale, tenendo conto dell'ora di differenza con l'Italia. Se vendi anche in Irlanda va detto subito: è un altro paese, dentro l'Unione europea, con regole IVA e doganali diverse da quelle del Regno Unito.

Altri servizi

Leggi il blog