In questo articolo
Per vendere online nel Regno Unito dopo la Brexit servono quattro cose: una registrazione IVA britannica, un codice EORI GB, una gestione doganale che rispetti le regole di origine e una conformità di prodotto valida in Gran Bretagna. Il resto, cioè prezzi in sterline, resi e contenuti in inglese britannico, decide quanto vendi.
Questo articolo è stato riscritto e aggiornato: le regole descritte qui sono quelle in vigore oggi, non quelle annunciate nei mesi immediatamente successivi all'uscita dall'Unione Europea, molte delle quali nel frattempo sono cambiate.
Il Regno Unito resta uno dei mercati online più maturi d'Europa. Secondo l'Office for National Statistics, le vendite su internet valgono stabilmente tra il 27% e il 28% del totale delle vendite al dettaglio in Gran Bretagna: 27,4% a luglio 2026, 28,1% ad aprile 2026, dentro una forbice che non si muove in modo significativo da metà 2024.
È un dato importante da leggere bene, perché in rete circolano ancora percentuali molto più alte: sono i valori del 2020 e del 2021, gonfiati dalle chiusure dei negozi fisici. Chi costruisce oggi un business plan su quei numeri sovrastima la domanda. La quota reale, intorno a un quarto del retail, resta comunque molto superiore alla media italiana.
Il consumatore britannico compra online da più tempo del consumatore italiano e ha aspettative alte su tre punti: tempi di consegna dichiarati e rispettati, reso semplice e assistenza raggiungibile. Su questi tre punti si perde o si vince, molto più che sul prezzo.

Quasi sempre sì, e questo è il punto su cui le aziende italiane sbagliano di più. La soglia di registrazione di 90.000 sterline di fatturato, alzata nell'aprile 2024, vale solo per le imprese stabilite nel Regno Unito. Un'azienda italiana che non ha una stabile organizzazione in UK rientra nella categoria dei Non-Established Taxable Persons e ha soglia zero: deve registrarsi dalla prima operazione imponibile.
Da lì in avanti la regola operativa dipende dal valore della spedizione.
Chi importa in proprio e ha una registrazione IVA britannica può usare il Postponed VAT Accounting, che permette di contabilizzare l'IVA all'importazione nella dichiarazione periodica invece di anticiparla in dogana. Sul flusso di cassa fa una differenza concreta, soprattutto per chi spedisce container e non pacchi.
Ogni spedizione verso il Regno Unito è un'esportazione a tutti gli effetti e richiede una dichiarazione doganale. Servono due codici EORI, uno rilasciato in Italia per il lato europeo e uno che inizia con GB per il lato britannico. La richiesta dell'EORI GB si fa online a HMRC ed è gratuita.
Il punto meno conosciuto sono le regole di origine. L'accordo commerciale tra Unione Europea e Regno Unito azzera i dazi, ma solo per i beni che soddisfano i criteri di origine preferenziale. Un prodotto fabbricato in Asia e solo rivenduto dall'Italia non li soddisfa: paga dazio pieno. Per applicare l'aliquota zero serve una dichiarazione di origine in fattura, e per sostenerla in caso di controllo servono le dichiarazioni dei fornitori. Molte aziende scoprono la questione quando arriva la contestazione, anni dopo.
Poi c'è la scelta dell'Incoterm, che è una scelta commerciale prima che logistica. Con resa DDP sei tu a figurare come importatore: paghi dazi e IVA e il cliente riceve il pacco senza sorprese. Con resa DAP il corriere presenta al destinatario il conto di IVA e dazi al momento della consegna, e nel B2C questo si traduce in pacchi rifiutati e recensioni negative. Nel Regno Unito, per il consumatore finale, il DDP non è un'opzione ma un requisito.
Questa è la sezione dove gli articoli scritti nel 2021 sono tutti sbagliati. All'epoca si dava per certo che la marcatura CE avrebbe smesso di essere valida in Gran Bretagna entro pochi anni, sostituita obbligatoriamente dalla marcatura UKCA. Le scadenze sono state rinviate più volte e poi cancellate.
Oggi la situazione è questa: con le Product Safety and Metrology Regulations del 2024 il riconoscimento della marcatura CE in Gran Bretagna è stato reso permanente per ventuno regolamenti di prodotto, senza una data di scadenza. Un fabbricante che ha già la marcatura CE può quindi immettere il prodotto sul mercato britannico senza applicare la UKCA. La UKCA resta valida e utilizzabile, ma per quelle categorie non è più un obbligo.
Il riconoscimento indefinito non copre però tutto. Restano fuori, con regimi propri, i prodotti da costruzione, i dispositivi medici e l'equipaggiamento marittimo. Per i dispositivi medici il quadro è ancora in evoluzione, con una consultazione avviata dalla MHRA nel 2026 sull'ipotesi di rendere indefinito anche quel riconoscimento.
Attenzione infine all'Irlanda del Nord, che non fa parte della Gran Bretagna ai fini di queste regole: segue il Framework di Windsor e accetta la marcatura CE, con l'eventuale marchio UKNI quando interviene un organismo notificato britannico. Prima di scrivere una riga di scheda prodotto, verifica in quale dei tre regimi ricade la tua categoria merceologica.
Un adempimento che nel 2021 non esisteva e oggi pesa sul costo per ordine è l'Extended Producer Responsibility sugli imballaggi. Il Regno Unito ha spostato sui produttori l'intero costo della raccolta e del trattamento dei rifiuti da imballaggio domestico.
Le soglie funzionano in modo cumulativo: si è large producer con fatturato pari o superiore a 2 milioni di sterline e più di 50 tonnellate di imballaggio immesse sul mercato britannico in un anno, mentre chi sta tra 1 e 2 milioni di sterline e tra 25 e 50 tonnellate è small producer, con obblighi di comunicazione ma senza contributi. Le tariffe base variano molto per materiale: la plastica costa sensibilmente più del vetro, e chi confeziona in blister paga per quella scelta.
La conseguenza pratica è che l'imballaggio va progettato guardando anche a questo costo, non solo alla protezione del prodotto. Ridurre il volume e sostituire materiali penalizzati incide sul margine più di uno sconto sul listino del corriere.
Il costo reale di un ordine verso il Regno Unito non è la tariffa del corriere. È la somma di tariffa, dichiarazione doganale, eventuale dazio se le regole di origine non sono soddisfatte, gestione dell'IVA e, soprattutto, costo del reso.
Il reso è la voce che sorprende. Il consumatore britannico ha diritto a un periodo di ripensamento di quattordici giorni per gli acquisti a distanza, e nei settori dove il reso è fisiologico, come l'abbigliamento, la percentuale di merce che torna indietro è alta. Ogni pacco che rientra attraversa di nuovo la frontiera, e senza la procedura corretta paga di nuovo dazi e IVA all'importazione.
Lo strumento per evitarlo è il Returned Goods Relief: consente di reimportare merce già esportata senza versare nuovamente dazi e IVA, di norma entro tre anni, a condizione che i beni tornino sostanzialmente non modificati e allo stesso soggetto che li aveva esportati. Richiede documentazione doganale coerente e la dicitura corretta sul collo, quindi va istruito il cliente o gestito con un'etichetta di reso prepagata.
Per chi ha volumi stabili, l'alternativa è tenere stock in un magazzino nel Regno Unito, con un partner di logistica locale. Costa di più in immobilizzo ma azzera dogana e attese sul singolo ordine, e permette di promettere la consegna il giorno dopo, che nel mercato britannico è lo standard atteso. La scelta tra spedizione dall'Italia e magazzino locale è una scelta di modello di business: vale la pena farla con i numeri del tuo progetto e-commerce in mano, non per abitudine.
Molte aziende italiane trattano l'inglese come una lingua sola e pubblicano un unico sito per tutti i mercati anglofoni. È l'errore che costa di più, perché produce un sito che non convince né a Londra né a Chicago.
Le differenze concrete sono queste:
Dal lato tecnico questo significa due versioni distinte, con hreflang en-GB ed en-US, contenuti riscritti e non convertiti con un correttore ortografico, e una ricerca di parole chiave fatta due volte. È il cuore di una strategia SEO internazionale fatta bene, e la ragione per cui tradurre non basta.
Sul fronte a pagamento vale lo stesso principio: campagne separate per mercato, con budget, offerte e testi dedicati. Unire Regno Unito e Stati Uniti in un'unica campagna significa lasciare che l'algoritmo spenda dove il costo per clic è più basso, non dove vendi. Se stai valutando come impostare gli investimenti, il punto di partenza è una struttura di campagne pay-per-click divisa per Paese fin dal primo giorno.
Sì. La soglia di 90.000 sterline vale solo per le imprese stabilite nel Regno Unito. Un'azienda italiana senza stabile organizzazione in UK è un Non-Established Taxable Person e ha soglia zero: l'obbligo di registrazione scatta dalla prima vendita imponibile. Fa eccezione la merce venduta tramite un marketplace che agisce da deemed supplier, dove è la piattaforma a versare l'imposta, ma la registrazione resta necessaria se tieni stock in un magazzino britannico.
Sotto le 135 sterline di valore intrinseco non si paga IVA all'importazione: l'imposta si applica al momento della vendita, quindi devi addebitare il 20% in cassa e versarlo a HMRC. Sopra le 135 sterline la spedizione segue la procedura di importazione ordinaria, con IVA e dazi dovuti in dogana. Chi paga dipende dall'Incoterm scelto: con resa DDP paghi tu, con resa DAP la richiesta arriva al cliente insieme al pacco.
Per la maggior parte delle categorie di prodotto la marcatura CE è riconosciuta a tempo indeterminato in Gran Bretagna, dopo che le Product Safety and Metrology Regulations del 2024 hanno reso permanente il riconoscimento per ventuno regolamenti. La UKCA resta valida e utilizzabile, ma non è più obbligatoria in quei settori. Restano fuori dal riconoscimento indefinito i prodotti da costruzione, i dispositivi medici e l'equipaggiamento marittimo, che seguono regimi propri e vanno verificati caso per caso.
No, ne servono due. L'EORI è il numero che identifica l'operatore economico in dogana: quello rilasciato in Italia vale per le operazioni nell'Unione Europea, mentre per sdoganare merce in ingresso nel Regno Unito serve un EORI che inizia con GB. Se sei tu a figurare come importatore, tipicamente con resa DDP, ti serve anche la registrazione IVA britannica. La richiesta dell'EORI GB si fa online a HMRC ed è gratuita.
Con il Returned Goods Relief, il regime che consente di reimportare merce già esportata senza versare di nuovo dazi e IVA all'importazione. Vale di norma entro tre anni dall'esportazione, a condizione che i beni tornino sostanzialmente non modificati e allo stesso soggetto che li aveva esportati. Servono la documentazione doganale originale e la dicitura sul collo. Senza questa procedura il costo di ogni reso raddoppia e il margine sulla vendita sparisce.
Tecnicamente sì, commercialmente è quasi sempre un errore. Ortografia, unità di misura, taglie, valuta e vocabolario cambiano: optimise contro optimize, trainers contro sneakers, postcode contro zip code. Cambia anche l'aspettativa sul prezzo, che nel Regno Unito si mostra IVA inclusa e negli Stati Uniti al netto delle imposte locali. La strada corretta sono due versioni separate, con hreflang en-GB ed en-US e una ricerca di parole chiave fatta due volte.
Vendere online nel Regno Unito dopo la Brexit non è più complicato di prima: è più burocratico. Le aziende che ci riescono sono quelle che mettono in ordine fisco, dogana e conformità prima di investire in traffico, e che trattano il mercato britannico come un mercato a sé, con la sua lingua, i suoi prezzi e le sue abitudini di acquisto.
Mintense lavora da oltre 17 anni sui mercati esteri, con oltre 200 progetti in 60 Paesi e campagne in 16 lingue, e con sedi a Verona, Lille e Londra. Siamo Google Partner e Microsoft Advertising Partner, e seguiamo aziende italiane che vendono nel Regno Unito su tutta la filiera digitale, dalla strategia e-commerce alla pubblicità sui motori di ricerca.
Raccontaci che cosa vendi e in quale fase sei: analizziamo insieme il potenziale del mercato britannico per il tuo prodotto e definiamo che cosa serve per partire.